“La morte di Gesù”, di A. Destro e M. Pesce

Cominciò ch’era finita — direbbe Carmelo Bene. Nel fatto, l’intiera vicenda di Gesù comincia idealmente dalla sua morte ovvero, a voler essere più precisi, dalla morte in croce. Vero è che il cardine dottrinario del cristianesimo è la risurrezione, ma questa, ancora, ne presuppone la morte.

La morteIl libro di Adriana Destro e Mauro Pesce (La morte di Gesù. Indagine su un mistero, Rizzoli, Milano 2014) cerca di risolvere le contraddizioni e di rispondere agli interrogativi che riguardano appunto un tale tragico evento. La prospettiva adottata è metodologicamente ineccepibile: badare a quanto è storicamente plausibile e antropologicamente probabile.

Tra l’altro, chi fosse interessato, può trovare nel lungo apparato di note e nella vasta bibliografia quanto di più aggiornato e serio circa gli studi in questo campo.

Per cercare di comprendere cosa abbia rappresentato la morte di Gesù per chi l’ha vissuta da vicino e cosa probabilmente sia accaduto in quelle drammatiche circostanze, i due studiosi delineano innanzi tutto il tipo di figura incarnato da Gesù stesso. Questi viene definito come un “leader”, ossia qualcuno che, a differenza di un comune predicatore, è capace «di mobilitare persone verso obiettivi da lui fissati e i cui esse si riconoscono [ed] è anche capace di difendere i membri del suo gruppo, di rafforzare le loro identità, di definire il loro destino collettivo» (pag. 22). È a partire da questa interpretazione che si possono comprendere le reazione di sconcerto da parte di apostoli e discepoli alla sua cattura e alla successiva e repentina condanna a morte.

Ampio spazio viene dedicato anche a cercare di capire se effettivamente Gesù stesso avesse previsto la propria morte e in che termini, concludendone che probabilmente temesse di fare la stessa fine di Giovanni il Battezzatore ma non voleva che ciò accadesse e soprattutto non considerava la propria morte come necessaria, perché altrimenti «avrebbe quasi sicuramente istruito in qualche modo i suoi circa i tempi successivi alla propria scomparsa. E invece non lo fece» (pag. 106). Inoltre, a dispetto di una tradizione consolidata, i veri colpevoli della sua morte vengono individuati non tra i giudei, bensì proprio nei romani. Gli evangelisti scrivevano in un ambiente favorevole all’Impero e quindi probabilmente tendevano a discolparli della morte di Gesù; in realtà, «le normative, le consuetudini e le leggi romane possono aiutare a capire gli eventi. Le leggi, innanzitutto, assicuravano un regolare giudizio solo a un cittadino romano, e Gesù non lo era: in quanto peregrinus [ossia un uomo libero soggetto al dominio di Roma, ma non cittadino romano], si procedette su di lui con un interrogatorio; la tortura e la flagellazione erano pene normali per certi crimini gravi; la decisione di metterlo a morte poteva essere presa senza processo e, per di più, la crocifissione – usata solo per schiavi e per le popolazioni soggiogate, non per i cittadini – poteva essere applicata esclusivamente dalle autorità romane» (pag. 128).

La morte di Gesù costituisce un vero e proprio trauma perché sembra essere del tutto inaspettata; i discepoli sono colti di sorpresa e non sanno più che pesci pigliare. In questo quadro a tinte fosche si inseriscono le speranze e le credenze circa la risurrezione. Soprattutto, però, si sono cercate diverse spiegazioni riguardo alla morte stessa. Se ne possono rintracciare quattro (cfr. tutto il cap. 10): secondo la prima spiegazione, sin dall’inizio della predicazione Gesù viene ritenuto pericoloso e i suoi nemici vogliono ucciderlo; per la seconda, la morte violenta di Gesù rientra in un preciso piano divino che è contenuto nelle Sacre Scritture; una terza suggerisce che gli avversari non hanno riconosciuto il Cristo e la loro cecità li ha portati a ucciderlo; una quarta, simile alla seconda, insiste sulla debolezza e la marginalità di Gesù, attraverso le quali si esprimerebbe la forza di Dio nel mondo. Il fatto che la morte sia stata così umiliante, sia da un punto di vista psicologico (la veste color porpora, la corona di spine, le derisioni, gli sputi…) che fisico è stato funzionale anche ad esaltare l’innocenza della vittima, ossia di Gesù, e a marcare con maggiore asprezza le colpe di chi lo ha condannato e ucciso.

Ovviamente alcune spiegazioni sono in contraddizione tra di loro, perché «attribuire la morte all’ostilità degli avversari contrastava con l’idea che fosse una decisione di Dio» (pag. 258). Tuttavia, lo scopo di esse era quello di riabilitare la figura di Gesù in senso soprannaturale, in modo da trasformare la sconfitta della morte in una vittoria.

Il libro tratta anche di altri temi, strettamente collegati a quello centrale della morte di Gesù: per esempio si parla delle trasformazioni subite dal modo di vivere dopo il tragico evento, del seppellimento vero e proprio, della primissima diffusione del messaggio cristiano.

Ad ogni modo, la conclusione degli autori è che Gesù non voleva morire, che il suo desiderio era di cambiare il mondo al più presto e che fu ucciso «non perché i suoi nemici erano accecati da Satana, né perché così era stato stabilito da Dio, ma perché rappresentava un elemento di destabilizzazione» (pag. 261).

In definitiva, dal connubio tra storia e antropologia risulta un metodo convincente, che non resta imprigionato a risolvere le annose questioni di fede circa i miracoli e la risurrezione, ma in un’ottica ‘scientifica’ indaga a fondo i documenti a nostra disposizione per cercare di rintracciare ciò che effettivamente potrebbe essere accaduto. Laico, onesto, schietto, non orientato ideologicamente, sembra una voce fuori dal coro roboante e cialtronesco dei partiti presi: un libro del genere – questo sì che sembra miracoloso – è possibile anche in Italia.

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