L’arma della curiosità

L’attivismo socio-culturale è mettere a servizio della società la propria cultura, ovvero conoscere, migliorare se stessi per poter cambiare e migliorare ciò che ci circonda. Tutto questo è dettato dalla curiosità umana, quella curiosità grazie a cui siamo arrivati alle conoscenze di oggi.

Purtroppo, viviamo in un periodo dove questa curiosità viene oppressa, scacciata, quasi disprezzata. Perché? Perché viviamo in una società che privilegia l’immagine anziché l’essere e dove ogni forma di curiosità viene spazzata via dall’apparire? Se sì come accade ciò? Forse attraverso degli strumenti che la società utilizza per omologare le persone: la televisione, i social network…

mattia

Tra le tante vittime di questo sistema, troviamo anche, e soprattutto, la cultura. Essa dovrebbe essere costruita nelle scuole, ma, in maniera abbastanza paradossale, avviene il contrario: viene distrutta. Abbiamo un sistema scolastico che cancella la curiosità. La imprigiona per poi disintegrarla. Questo sistema, che va sempre più a restringere l’accessibilità alla cultura, considera le persone come numeri e, soprattutto, come contenitori di sapere, come pagine da ripetere, ma non da capire ed analizzare. Ogni giorno assistiamo nelle scuole a scene di professori che ripetono parola per parola quello che c’è scritto nel libro di testo, senza però fornire una visione critica, un pensiero, e senza dare la possibilità a chi si accinge a “studiare” (sempre tutto ciò può essere chiamato studio) una possibilità di critica, in quanto si è costretti a seguire un fitto programma e delle rigide procedure. Il tutto condito anche col fatto che la cultura, grazie al continuo crescere della tassazione sulla stessa, inizia a diventare elitaria, mentre dovrebbe essere accessibile a tutti, in quanto riguarda la realtà di tutti e non solo di alcuni.

Da studente, ho potuto capire che la scuola non ti deve dare la cultura, ma quei concetti per poterla costruire e il metodo per studiare, assimilare e far proprio quanto si apprende. Ciò che caratterizza la scuola è appunto la mancanza di metodo. Ed è qui che sta il problema. Per colpa di questa mancanza non si riescono a far amare quelle che vengono chiamate “materie didattiche”. Tutto diventa fine a se stesso: da una parte noi alunni, spenti e costretti a studiare qualcosa che sentiamo lontano; dall’altra parte gli insegnanti, stanchi di imboccarci nozioni che non assimileremo. È una messa in scena insensata!

Come fare a tirarsi fuori da un tale stato di cose? Come fare a cambiare se tutto ci assoggetta e ci soggioga? Semplice: iniziamo ad immergerci nella cultura, nello studio della realtà, al fine di sensibilizzare, di cambiare, di migliorare senza rifarci troppo alla scuola e alle sue materie didattiche; formiamoci per conto nostro, scegliamo quello che ci piace. Cambiare il nostro approccio allo studio! Non considerarlo come inutile, fine a se stesso, ma come metodo di indagine, di ricerca, di cambiamento proprio e personale. L’uomo ha avuto come dono un’arma: la curiosità. Non permettiamo a nessuno di togliercela. Sta a noi caricarla di cultura, di voglia di miglioramento. Sta a noi mantenerla in vita! Sta a noi cambiare al fine di cambiare e migliorare la società che ci circonda, e che ultimamente ha oppresso fin troppo la nostra testa.

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3 thoughts on “L’arma della curiosità

  1. Mattia, ottimo lavoro. Più che un articolo io lo definirei un punto di vista, ma mi piace molto che tu lo abbia portato in questo magazine.
    Vorrei che a commentare fossero molti ragazzi come te, che ancora sono dentro al sistema scolastico.
    Io non condivido la tua critica generale sul sistema scolastico, ma solo perchè sono stata fortunata ed evidentemente ho avuto insegnanti migliori. Oppure quegli stimoli che gli insegnanti non mi davano io li cercavo dentro di me. Invece di un rifiuto dell’apprendimento in quanto tale io preferirei che nei giovani ci fosse la volontà comunque ad andare oltre. Vi fanno apprendere solo nozioni a memoria? Bene, voi andate oltre e sappiate che questo vi porrà al di sopra di quei vuoti insegnanti.

    • concordo su tutto così profondamente da pensare che a scriverlo sia stato io. ritengo “l’insegnante” la causa di ogni male scolastico e in gran parte della società. è vero non tutti sono da buttare, ma 80% è da cestinare. non scherzo, ritengo alcuni dei veri e proprio criminali, alla stregua di un medico negligente o di un magistrato corrotto. vanno previste delle pene importanti anche per il loro ruolo. la loro funzione all’interno della società è determinante, anzi fondante.

      inoltre aggiungo che scuole medie e licei andrebbero completamente ridisegnati: eliminare i licei “tecnici” (industriale, geometra, ragioneria ed altri), accorpare scuola media e liceo in unico periodo di formazione, e accorpare classico e scientifico. con filosofia e matematica a farla da padrone per 8 anni.

      Il nuovo governo partirà dalla Burocrazia ma è al sistema della formazione che dovrebbe guardare ancor prima.

  2. Quando nel 1974 arrivò a casa mia una telefonata dalla Scuola Media B.Giuliano di Susa ( To) dall’altra parte del telefono continuavano a chiamarmi “professore” chiedendomi se volevo accettare la nomina a tempo indeterminato. Quando entrai in classe il primo giorno di insegnamento la prima cosa che mi passò per la mente è stata ” ora che gli dico ? “. Io appena diplomato all’Archimede di Catania con uno stentato 36/60, con un curriculum scolastico da far paura,ero diventato insegnate. Ripensai al tempo in cui ero alunno alle scuole elementari,poi alla media e alle superiori.Ripensai agli insegnati che avevo conosciuto,ai loro metodi,alle loro discriminazioni sociali. Ricordo che dovetti scappare da Piazza Armerina sol perchè avevo conosciuto una ragazza che scoprii in seguito fosse la figlia della mia professoressa di Italiano.La risposta che mi diedi fu qquella di cercare di riuscire di “far innamorare l’alunno”.Si perchè il segreto della Scuola è questo rapporto alunno-insegnante-genitore.Quando ritornai a Regalbuto ritrovai una scuola “diversa” rispetto a quella di Susa.Con gli alunni oltre a spiegare la materia, amavo dedicare qualche minuto per parlare con loro dei fatti di ogni giorno.Leggevo con loro il giornale e commentavo ciò che violento e di positivo avveniva nella nostra città. A quei ragazzi della scuola media continuavo a ripetere che loro sarebbero stati i futuri cittadini d’europa,significando che non dovevano fossilizzarsi dietro la frase fatta de”io amo il mio paese”.Ai meno bravi dicevo che era necessario studiare perchè dal “sapere” e dalla “conoscenza” dipendeva la vera libertà interiore.Smisi quando qualcuno mi disse che non era compito mio,insegnate di educazione tecnica,parlare di queste cose e quando un alunno durante una delle mie “prediche” mi disse : ” professore ha finito?”. Smisi quando mi accorsi che insegnare nella scuola di Carcaci era difficile tra alunni che non avrebbero voluto studiare. Allora mi licenziai da Insegnante per passare invece come impiegato all’INPS. Non volevo far male ai ragazzi.Non sono un eroe.Smisi perchè non ho voluto che si ripetesse ciò che a me era capitato quando ero scolaro e poi studente.

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