“Uno bianca” di Bologna Violenta

Dove hanno le orecchie i critici musicali? Protese verso quale musica? O le hanno tanto otturate da non sentire più cosa accade attorno a loro?

È uscito il quarto album di Bologna Violenta: Uno bianca. È l’opera della maturità, la più compiuta, la più emozionante, che ripercorre alcuni tra i delitti compiuti dalla banda dei fratelli Savi. Ancor prima che questo disco uscisse, sono fioccate le polemiche. C’è stato chi s’è chiesto se tutto possa diventare oggetto di musica rock. Basta il primo ascolto di Uno bianca per sorridere di un dubbio già in se stesso tanto ridicolo. Quando si è di fronte a un’opera d’arte, quale senso possono avere mai le classificazioni e le etichette? Quella di Bologna Violenta è musica tout court; dunque la domanda dovrebbe essere, semmai, se tutto può diventare oggetto di musica. Risponda chi può. L’opera sta al di sopra dell’oggetto rappresentato. Se fosse solo cronaca, basterebbero i giornali. Per fortuna non è così.

bolognaviolenta

Alcuni hanno definito quest’album come ‘musica classica contemporanea’. Se proprio dobbiamo cercarne una, è proprio questa la definizione più azzeccata. Ma non perché le ventisette tracce sono accompagnate dagli archi; e nemmeno perché vi è una commistione tra distorsioni, sintetizzatori e strumenti classici (se così fosse, quasi ogni canzone potrebbe essere definita in quel modo). In realtà, se di musica classica contemporanea si tratta, è perché quest’opera travalica il contenuto che ha messo in musica per farsi riflessione su un aspetto brutale dell’uomo, sugli istinti, sulle pulsioni, sull’adrenalina e sulle altre leve segrete che spingono alla violenza. Questa musica è classica perché fuori dal tempo, in quanto vero prodotto artistico; è contemporanea perché tocca un nervo scoperto della civiltà contemporanea, ossia la violenza che si insinua nella civiltà e che quest’ultima cerca sempre di occultare.

Ciò che ne deriva, ovviamente, non è un’epopea che inneggia alle imprese di sanguinari malviventi. Mentre le serie televisive risultano sempre ambigue, quando ci presentano mafiosi e delinquenti quasi in veste di eroi romantici, la musica di Bologna Violenta è cruda e spietata, descrive con freddezza e senza partecipazione i misfatti e gli omicidi; d’altro canto, i funebri rintocchi di campana che risuonano ogni volta che nella narrazione avviene un omicidio, il contrasto tra la serenità dei campi rom e il rumore che circonda ogni azione della banda, i colpi quasi onomatopeici che descrivono gli spari di pistole e fucili, i sibili dei proiettili, il fragore delle bombe, gli allarmi, i vetri che si infrangono; – questo e altro ancora, emoziona e intristisce, commuove e rende partecipi del dolore che ha provocato la lunga scia di sangue lasciata dalla banda.

Se volessimo essere provocatori, potremmo dire che, al posto di far vedere i soliti polpettoni sulla mafia o le brutte serie televisive tanto equivoche, a scuola dovrebbero fare ascoltare questo disco. Ma figuriamoci se una musica viva può avere accesso al mortorio della scuola.

Il disco è accompagnato da una guida che spiega, traccia per traccia, a quali avvenimenti ci si riferisce. La narrazione è secca, precisa, senza sbavature né commenti. Un tempo questo tipo di composizione si sarebbe chiamato “musica a programma”. Grazie a una tale guida, l’opera acquisisce un’aura di realismo, di precisione aderente ai fatti. È stupefacente l’immediatezza di questo disco. Forse proprio l’ascolto guidato riesce a conferire alla musica una drammaticità che consente una percezione immediata, diretta di quanto si sta ascoltando. Non è una musica facile, certo. Tuttavia è come sospesa in uno stato di grazia, che la rende comprensibile sin da subito. Il rischio era quello di scadere in una semplice colonna sonora che descrivesse gli eventi. Invece si può provare ad ascoltare anche senza seguire pedissequamente la guida, perché innanzi tutto è di musica vera e propria che si tratta.

Ne Il nuovissimo mondo (del 2010) a farla da padrone erano l’ironia e una buona dose di umorismo, a volte macabro, a volte anche ai limiti del cinismo, ottenuto con frasi a effetto inserite anche a sorpresa in mezzo alla musica; con Utopie e piccole soddisfazioni (2012) il parlato diviene molto di meno e alcuni brani si sviluppano con crescente e vertiginosa intensità (per esempio Vorrei sposare un vecchio). In questo Uno bianca, Bologna Violenta ha raggiunto il punto più alto della sua produzione: lo stile aforistico che caratterizza le sue opere si adatta perfettamente alla velocità e alla frenesia degli avvenimenti; il Grindcore, poi, è perfetto per rappresentare la ferocia di certi assalti, salvo cedere il passo alla drammaticità degli archi nei momenti più commoventi.

Uno bianca è un’opera sublime e tragica, che non concede nulla alla retorica (salvo forse nella parte finale della traccia 15, l’attacco alla pattuglia dei carabinieri del 4 gennaio 1991) e che provoca reazioni viscerali anche in chi non ha vissuto direttamente quegli anni o, come me, ne serba solo un nebuloso ricordo. È un piccolo capolavoro, una vera opera d’arte originale, un saggio di come può essere e cosa può dire la musica contemporanea. Chissà, forse è vero che non tutto può essere musica; ma la musica – questo è indubbio – può essere tutto.

*

Puoi usare i seguenti tag e attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

2 thoughts on ““Uno bianca” di Bologna Violenta

  1. Sono d’accordo, è il suo miglior lavoro. C’è chi sentirà solo un continuo strimpellare non accorgendosi della maturità creativa e compositiva dell’album ma, altrimenti, non sarebbe un prodotto artistico d’avanguardia.

*

Puoi usare i seguenti tag e attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>