La figura del dittatore in Carpentier e Màrquez

L’America del Sud è stata attraversata dalla presenza di sanguinose e spietate dittature militari per un periodo molto lungo, dall’inizio del Novecento agli Anni Novanta dello stesso secolo. Questa storia sanguinosa ha favorito la nascita di un filone della letteratura continentale dedicato alla figura del dittatore. Gli scrittori di queste opere sono stati spesso oggetto di persecuzioni o costretti all’esilio, ma ci hanno lasciato un patrimonio importante, una riflessione profonda sull’uomo e l’esercizio spietato del potere, unica nel suo genere.

La figura del dittatore appare nella letteratura ispanoamericana contemporanea, con diverse strutture narrative, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso e da quel momento si sviluppa e prende piede in tutta l’America del Sud.

America Latina

El Senor Presidente di Miguel Angel Asturias e El gran Burundùn-Burundà ha muerto di Jorge Zalamea, entrambe opere del 1952, costituiscono il punto di partenza di questo interessante filone. In queste due prime opere però si riscontra una lontananza dalle figure dei dittatori, un distacco, che porta gli autori a contemplarli da fuori, anche se ci sono dei timidi tentativi di introdursi nel palazzo presidenziale. I nuovi narratori invece non solo entrano a palazzo, ma si installano con scioltezza nella coscienza stessa del personaggio e occupano il centro da cui si esercita il potere. Ma tutti descrivono la solitudine e la disumanizzazione a cui porta il potere.

Due fra le opere più importanti di questo filone sono sicuramente El recurso del metodo (Il ricorso del metodo) di Alejo Carpentier (1974) e El otono del patriarca (L’autunno del patriarca) di Gabriel Garcìa Màrquez (1975). In queste opere è descritta l’esistenza di due tiranni latinoamericani, anche se in maniera diversa. Alejo Carpentier è uno dei massimi esponenti della letteratura cubana, personalità poliedrica, scrittore, giornalista, critico letterario, artista surrealista e musicista. Gabriel Garcìa Màrquez è uno scrittore e giornalista colombiano, uno dei più importanti e noti scrittori dell’intera America Latina, conosciuto in tutto il mondo anche grazie all’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura nel 1982.

La descrizione della figura del dittatore e conseguentemente del potere di questi due autori è tra le più originali e profonde dell’intero panorama della letteratura latinoamericana e mondiale.

Tra le due opere si possono riscontrare delle caratteristiche comuni, ma anche una serie di differenze che ci permettono di mettere a confronto il modo in cui questi due grandi autori si pongono rispetto a una delle pagine più dolorose e significative della storia del continente sudamericano.

I luoghi in cui si svolgono le vicende rappresentano inequivocabilmente il Caribe. La descrizione dei paesaggi e le caratteristiche socio culturali non lasciano dubbi. Ma anche se narrano degli stessi luoghi i due autori lo fanno in maniera differente. Carpentier è un autore che si ispira alla realtà (è infatti il creatore del concetto di real meravilloso, ovvero ad essere magica è la stessa realtà latinoamericana) e quindi il paese in cui governa il suo dittatore ha le caratteristiche geografiche di tutti i paesi dell’America del Sud: è un luogo che tutti possono riconoscere come casa propria se ne contemplano la storia tragica, sanguinosa, terribile che ha accomunato tutti i paesi del continente. Ribellioni militari, repressioni, appoggio degli Stati Uniti ai settori del potere, presenza più o meno significativa di eroi popolari, megalomania dei governanti, opposizione degli intellettuali, la cultura come consumo delle èlite, la crisi economica e la sua incidenza sulle crepe dei regimi, sono solo alcune delle caratteristiche che accomunano i paesi dell’America del Sud che hanno subito regimi dittatoriali. Anche Garcìa Màrquez non è dovuto uscire dalla sua terra (la costa colombiana) per descrivere una tragedia che accomuna l’intero continente, ma l’ha trasformata in una specie di Macondo (luogo immaginario dove si svolgono le vicende di Cent’anni di solitudine), utilizzando ancora una volta il realismo magico, un’elaborazione di un soggetto basato su leggende e credenze popolari.

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I due personaggi principali dei romanzi presentano caratteristiche in comuni e differenze sostanziali. Carpentier narra di un governante, il Primer Magistrado, che quando cadrà sarà sostituito da un altro. Màrquez invece ci racconta la vicenda del Patriarca, un essere che è difficile definire uomo. Il tiranno descritto da Carpentier è un uomo che ha anche i suoi lati positivi; il Patriarca nella realtà non può esistere e rappresenta una sorta di archetipo del potere e della tirannia.

L’autocrata di Carpentier è singolare rispetto a quelli descritti dalla precedente letteratura latinoamericana perché ha tracce di uomo illustre e cartesiano (da cui il titolo), anche se nel fondo si nutre di irrazionalità. Pressoché innominato come El senor presidente (il suo nome viene pronunciato solo una volta), non appare come una sorta di mostriciattolo, come quello di Asturias. Il Primer Magistrado è una figura politica facilmente riconoscibile, è la somma di tutti i dittatori latinoamericani e non somiglia a nessuno in particolare. Carpentier stesso è arrivato a dire che il suo personaggio è formato da un 40% di Machado (Cuba), un 10% di Guzman Blanco (Venezuela), un 10% di Cipriano Castro (Venezuela), un 10% di Estrada Cabrera (Guatemala), un 20% di Trujillo (Repubblica Dominicana) e un 10% di Porfirio Diaz (Messico) e inoltre contiene caratteristiche di Somoza (Nicaragua) e di Vicente Gòmez (Venezuela). Questo fa capire come Carpentier sia un autore che nella sua opera è sempre attento alla descrizione precisa in termini storici dei suoi personaggi. Secondo l’autore, infatti, scrivere su un personaggio storico, protagonista anche di un fatto secondario, ha il vantaggio dell’attendibilità, della verosimiglianza e offre anche un margine per muoverlo all’interno del suo contesto.

El otono del patriarca di Garcìa Marquèz è invece la storia di un dittatore che ha un’età indefinita tra i 107 e i 232 anni e ha da tanto tempo il potere, tanto da non ricordare quando lo ha preso. Al momento del ritrovamento del suo cadavere, da cui inizia il romanzo, il tiranno vive completamente solo in un enorme palazzo, per i cui saloni passano le vacche che mangiano i ritratti, le tende e i tappeti. Quando qualcuno si decide ad entrare nel palazzo, dopo tanti anni, spinto dagli avvoltoi che ormai da giorni volano sulla costruzione, trova solo solitudine e abbandono. Ed è proprio questo che Marquèz vuole raccontare attraverso questo romanzo: l’immensa solitudine a cui porta il potere. La vita straordinaria del tiranno non è descritta in ordine cronologico, ogni capitolo inizia con la morte (vera o finta) del Patriarca e a partire da questa si procede con la rappresentazione della lunga esistenza di quello che è una sorta di mostro antidiluviano che viene messo a governare, padre di cinquemila figli dei quali uno solo, avuto con l’amata Leticia Nazareno, ha ricevuto il suo cognome, ossessionato dalla beatificazione della madre, massacratore di bambini, che fa servire in un banchetto un generale cospiratore, che arriva a permettere che gli americani si portino in Arizona il Caribe in pezzi numerati. È più spaventoso degli altri suoi predecessori, perché è la manifestazione di una malignità endemica. Più che un personaggio è un’idea feroce, infatti nessun individuo può assumere le sue caratteristiche, solo quell’idea feroce di potere può diventare il personaggio descritto nel romanzo.

Differente è anche lo stile letterario dei due romanzi. Il romanzo di Carpentier ha come caratteristica il suo linguaggio colto e soprattutto presenta un aspetto che accomuna tutte le opere dello scrittore cubano: l’ironia. Il personaggio del dittatore ha uno spiccato senso dello humor, si permette di prendersi gioco del resto del mondo in virtù dell’esercizio del suo potere. Anche gli oppositori al regime usano la burla, la presa in giro, per portare il potere all’esasperazione. I “sinistri burlatori” diffondono false notizie, simulano incendi con fuochi d’artificio, diffondono false notizie della morte di questo o quel funzionario governativo, di sollevamenti nelle province, di discordie in seno all’alto comando militare, di prossimi fallimenti di imminenti razionamenti di beni di prima necessità.

El otono del patriarca invece ha uno stile letterario particolare, che lo differenzia non solo da tutte le opere sull’argomento, ma anche da tutte le altre opere di Gabriel Garcìa Màrquez. Lo stile è quello del discorso indiretto libero, come se si trattasse di un monologo interiore. Il narratore inoltre non è un solo individuo o il dittatore stesso, ma è un narratore collettivo, il popolo, nel cui racconto si inseriscono tutti gli altri personaggi.

Questi due stili sono efficaci allo stesso modo: mentre Carpentier ci porta a considerare che la tirannide è un fatto umano e la racconta come un episodio storico, il monologo interiore di Marquèz ci porta a riflettere sul rapporto tra uomo e potere, come se dentro ognuno di noi ci fosse parte di quel mostro che lo scrittore descrive, come se ogni società nascondesse dentro di sé il tarlo della tirannide.

Carpentier

Questo modo di descrivere il potere deriva dalle diverse prospettive politiche dei due autori: Carpentier scrive da una rivoluzione, da un paese che ha sconfitto la dittatura e ha messo in piedi un grande progetto di progresso e cambiamento. La descrizione degli oppositori del regime è infatti accuratissima e sono loro i personaggi positivi del romanzo, qualcosa che nemmeno il potere più forte è in grado di controllare. Garcìa Màrquez invece scrive da una realtà fatta solo di violenza, quella colombiana. Nel suo romanzo non c’è nessun personaggio che riesce con successo a sottrarsi alla ferocia del potere e solo la morte, quella vera, del Patriarca darà un minimo di speranza di liberazione. Garcìa Marquèz non sembra interessato a dare un giudizio politico della dittatura, ma descrive le dinamiche del potere assoluto e la sua conseguente solitudine e disumanizzazione. A differenza del Primer Magistrado, il Patriarca non va mai personalmente in guerra, non reagisce mai alla presenza dei ribelli, perché sa di essere il potere e il potere fatto persona non si può sconfiggere con le armi.

Nonostante le profonde differenze nello stile e nella costruzione dei personaggi, El recurso del metodo e El otono del patriarca costituiscono due fra le più importanti opere del filone della letteratura latinoamericana che fa riferimento alla figura del dittatore. Ambedue le opere, anche se in modo diverso, riescono sicuramente a dare l’idea della tragedia che ha portato con sé l’esistenza dei regimi dittatoriali in America del Sud. Sia Carpentier che Garcìa Màrquez ci regalano delle emozioni profonde e ci danno sicuramente modo di riflettere sulla tragedia che ha attraversato il continente sudamericano per gran parte del secolo scorso.

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One thought on “La figura del dittatore in Carpentier e Màrquez

  1. Aggiungo a questo duo, un romanzo imprescindibile per ciò che riguarda il filone “dittatori/letteratura latinoamericana”, pari ai due citati nel pezzo. si tratta di un lavoro di Augusto Roa Bastos, “Io, il supremo”.