The David Lynch’s alphabet

Qualcuno sostiene che i film non vadano spiegati, ma lasciati alla libera interpretazione di chi li guarda. Ciò non è utile, non aiuta il film né chi lo ha guardato, né soprattutto chi lo guarderà: i film vanno spiegati e approfonditi, e non solo perché questo produce un autentico piacere per l’appassionato e dà lavoro ai critici, ma perché i film, così come ogni opera dell’ingegno umano, finiscono là dove termina l’ultima disquisizione sul loro conto; quindi nel caso di un buon film o di un film che piace è buona cosa non finire mai di parlarne. Quanto segue, pertanto, è un approfondimento su Mulholland Drive, in particolare sul linguaggio del suo autore, in modo tale da predisporre e invogliare a più profonde visioni e al prolungamento della vita del film stesso.

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David Lynch è un regista che negli ultimi 30 anni ha realizzato una serie di film collegati tra loro da un unico e chiaro denominatore: la sua personale metafisica, la metafisica lynchiana. Mulholland Drive è uno dei tasselli di questo grande teorema filmico, nel quale, ancora una volta, alcuni esseri umani saranno soggiogati, usati da forze sovrannaturali secondo un loro preciso quanto sconosciuto fine.

Basterebbero queste ultime osservazioni per garantire già una visione più proficua, almeno all’osservatore non comune; ma persuaso che la visione di ogni film debba avvenire sapendone quanto più possibile, continuerò a discutere i tratti generali della metafisica lynchiana, il centro di informazioni più utili, a mio parere, per arricchire la visione di tutti i film di Lynch, Twin Peaks compreso. Chiuderò accennando ad alcuni particolari della sua struttura narrativa.

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Un non-luogo apparentemente non riconducibile alle leggi terrestri, popolato da essere umani – non-morti? – e presenze non fisiche dai tratti antropici e dagli intenti indefinibili. Ecco come si presenta il grande aldilà lynchiano, comune a tutti ai suoi film. Ma quali sono i tratti metafisici di questo “aldilà”? Anzitutto la composizione della materia. Nel David Lynch’s World la materia è senziente e in certi casi anche dotata di coscienza. In particolare la materia, dal legno al ferro, all’elettricità, fino a un luogo, può contenere un’anima umana, provare emozioni ed energie primordiali dai poteri e fini inconoscibili. Altro aspetto è la non netta distinzione tra bene e male. Nel mondo, o per meglio dire nei mondi, o ancora meglio, nei non-mondi di Lynch, bene e male non esistono come ci suggerisce la nostra realtà sociale; entrambi possono prendere il posto dell’altro, mischiarsi e cambiare fino al punto da non poterli più identificare. Appare chiara invece la netta differenziazione tra prede e cacciatori: tutti gli esseri umani del grande disegno filmico di Lynch fuggono terrorizzati da una o più presenze oscure il cui obiettivo è solo uno: albergare nei loro corpi così da possederli totalmente, usarli e poi disfarsene senza una ragione razionale se non il semplice piacere di provocarne la distruzione. È facile dedurre che i mondi di Lynch sono zone d’ombra governate dall’irrazionale violenza psichica e fisica.

Ma perché queste forze aliene o sovrannaturali dalle fattezze umane riescono a incutere così tanto terrore nelle loro vittime? Perché queste sono così in balia dei loro cacciatori? Semplicemente perché questi ultimi sono in possesso delle più profonde verità delle loro “prede”. Verità di cui le vittime designate solitamente non riescono a sopportarne nemmeno la vista oppure in altri casi a resistere a esse. In ogni caso le presenze possono entrare in contatto con le loro vittime solo se saranno queste ad invitarle. Tale prassi, simile a un sorta di perverso corteggiamento tra cacciatore e preda, inizia nei sogni e poi, poco a poco, si trasferisce nella realtà materiale (molti dei personaggi dell’immaginario lynchiano vengono infatti avvicinati nei loro sogni, possibilmente da bimbini, o quando sono indifesi, per poi essere posseduti nella loro realtà da lì a poco, e venire tormentati per il resto dei loro giorni).

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Ma di tutte le caratteristiche fondanti della metafisica lynchiana la più angosciante è certamente la sensazione di predestinazione che attanaglia ogni evento e ogni personaggio dall’inizio alla fine di ogni pellicola. Tutto è già scritto e tutto è inesorabile, nessun libero arbitrio. Ciò si avverte soprattutto nel trio filmico Strade perdute, Mulholland Drive, Inland Empire, dove ogni azione, parola, accadimento, appare prestabilito, redatto sotto la regia di un unico grande demiurgo, anch’esso, paradossalmente, scrittura della sua stessa scrittura. Un vortice che si autoproduce e alimenta di e in se stesso, ripetendosi ciclicamente, come una sorta di spirale i cui fine e inizio sembrano coincidere ancora e per sempre al termine della visione del film.

Posto in essere le peculiarità più comuni della metafisica lynchiana, occupiamoci di alcuni aspetti del racconto di Mullholland Drive, concentrandoci su otto veloci punti di riflessione, al fine di invogliarne e arricchirne una nuova visione:

a. Uno dei personaggi del film va a recitare in Canada. Nel gergo Hollywoodiano recitare in Canada significa morire.

b. La struttura narrativa del film è riconducibile in matematica alla superficie del Nastro di Möbius. È possibile trovare un’altra struttura? Se sì, quali?

c. Quel Bar non è solo Bar, ma un luogo tra diversi mondi. Perché?

d. Esiste un demiurgo nel film? Se sì, compare durante il film? Chi è? Cosa vuole?

e. C’è del bene, inteso come amore, all’interno del film? È possibile individuarlo?

f. Perché le “presenze” cercano il libro?

g. La Los Angeles che vediamo è una proiezione? Se sì, di cosa o di chi?

h. Le tende rosse e le tende blu. Quando?

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Mulholland Drive è l’accorato e disperato grido a prendere coscienza della stratificazione della realtà, del suo essere terribile e multipla. La metafora perfetta e originalissima del mostro machiavellico nascosto nei meandri più profondi dell’Io della nostra Società, una società che partoriamo noi in prima persona e continuiamo a produrre con la nostra mancanza di coraggio, di follia e di spirito di sacrificio. Un Io gigantesco quello della società rispetto al nostro… che ci plagia, confonde, “scrive”, da “buon demiurgo”, e ci scaglia verso direzioni che non ci appartengono.

Summa del nostro tempo e tra le più alte dalla storia del cinema e dalla storia dell’ingegno umano, Mulholland Drive è il film, più di ogni altro, da vedere e rivedere per sempre.

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4 thoughts on “The David Lynch’s alphabet

  1. Bellissimo articolo. Hai citato i miei tre film preferit di Lynch. Sul nastro di Mobius mi hai fatto ricordare del film di Gustavo Mosquera del 1996 intitolato “Moebius”. Molto interessante, se ti capita vedilo.

    • Grazie Sebastiano, contento che ti sia piaciuto. Troverò il film che mi consigli, non lo conoscevo. Ti farò sapere, ciao.

  2. Ho trovato questo pezzo veramente interessante. Io amo il cinema di Lynch, ma l’approfondimento contenuto in questo testo mi ha aiutata a mettere in ordine concetti che avevo dentro e mi ha fatto scoprire ulteriori sfumature e profondità del lavoro di questo grande regista. Quello che mi piace di Lynch è il suo esplorare i lati dell’essere umano che di solito consideriamo oscuri e mostrare come questi lati forse sono repressi, ma in realtà non sono oscuri o nascosti, fanno parte di ognuno di noi.

  3. Ho sempre avuto la paura che i dibattiti da cineforum si trasformassero in una sorta di “manualizzazione” del film. Quando si parla di un film, si deve stare bene attenti a definire il verbo “parlare”. Cosa vuol dire “parliamo del film”? Dibattere se sia bello o meno, arte o meno, frammentare il film facendolo diventare una sorta di capitolo di un manuale sulla storia del cinema o sul linguaggio cinematografico, elencarne le citazioni ed estrapolarne una tematica, descrivere le sensazioni che ci ha lasciato?
    David Lynch, a mio parere, deve essere lasciato lì, non si presta al dibattito. Mulholland Drive ti schiaffeggia, ti fa sentire uno stupido e finisce. Punto. È un’esperienza intima e personale, quasi a nessuno piace ammettere la propria stupidità. Quasi nessuno ammette il vuoto incolmabile che ti lascia una vera opera d’arte, stupidità e inadeguatezza indescrivibili.
    Infine, Carmelo, mi complimento soprattutto per la parte finale del tuo pezzo. Bravo, poniamoci domande.

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